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L'ultima fatica editoriale di Alessandra
Kersevan (Porzus 1945. Prove di Gladio sul confine orientale)
è ancora al centro della nostra attenzione. In ogni incontro
pubblico di presentazione del suo libro scopriamo, infatti, cose
nuove in merito ai drammatici fatti di Porzus e la contesto in
cui questi si inseriscono. Nelle righe seguenti riportiamo i
passaggi, a nostro avviso, più significativi del suo intervento
a San Pietro al Natisone di mercoledì 4 febbraio 26. Buona
lettura. |
Nell'introduzione al libro "Porzus
1945. Prove di Gladio ...) sottolineo che, mentre l'Italia ha
avuto nel II Dopoguerra numerose stragi e tantissime inchieste
e processi, spesso risoltesi nel nulla, sui fatti accaduti a
Porzus si crede di sapere tutto e che l'intera vicenda sia stata
chiarita in modo inoppugnabile dai processi svoltisi nel periodo
1950-54 (con alcune propaggini avvenute nel 1960).
Questi processi si sono svolti in piena Guerra Fredda e nel periodo
in cui il dissidio fra l'Italia e la Jugoslavia era al culmine.
Le tensioni si sarebbero poi progressivamente ridotte con il
ritorno di Trieste all'Italia e e, almeno dal punto di vista
diplomatico, sarebbe terminato nel 1975 con il Trattato di Osimo.
I processi per i fatti di Porzus (Topli Uork) furono impostati
in un periodo di tensioni internazionali molto forti sia qui
nel le nostre zone che a livello internazionale. Eppure a nessuno
è venuto in mente che questo dissidio potesse aver condizionato
l'iter processuale e l'esito del processo. Ritengo che una analisi
approfondita dei documenti permetta di trovare numerosi "agganci"
con la situazione internazionale e sui condizionamenti originati
da questa.
Mettere assieme tutti i tasselli di questa vicenda è stato
complicatissimo anche perché lo studio della documentazione
è stato condizionato dall'accesso alle fonti di informazione.
Molti archivi sono diventati accessibili dopo la loro declassificazione
e questo ha permesso di avere a disposizione di documenti britannici,
statunitensi e dell'ex Jugoslavia. Molto utile per il lavoro
di ricerca storica è stata la possibilità di aver
finalmente accesso anche ai documenti dell'Ufficio Zone di Confine
(UZC), una struttura attivata nel 1946 presso la Presidenza del
Consiglio da Alcide De Gasperi e gestita da Giulio Andreotti.
Una struttura attiva particolarmente in Friuli, nella Venezia
Giulia e nel Trentino Alto Adige il cui obbiettivo era quello
di rinforzare e mantenere l'italianità di territori in
cui erano presenti forti tensioni nazionali e, nel caso di Trieste,
anche ideologiche.
Nell'archivio è stato custodito anche un fascicolo che
riguarda i processi di Porzus. Una analisi dei documenti in esso
contenuti ha permesso di rivelare che il processo fu guidato
da Roma che in merito ci fu un continuo travaso di notizie e
di ordini che arrivavano da Roma e informazioni che dal Friuli
partivano per Roma.
Anche i servizi segreti del Servizio Informazioni Militari (SIM)
attivo fino dal 1925 a cui nel 1949 succedette il Servizio Informazioni
delle Forzer Armate (SIFAR) intervenne in questa vicenda attraverso
Cino Boccazzi, un personaggio che favorì e patrocinò
gli accordi fra Osoppo e X MAS.
Ricordiamoci
anche che nelle nostre zone erano presenti numerose missioni
alleate sia fra le fila dei partigiani italiani che fra le fila
dei partigiani jugoslavi, così come furono attive, anche
se in forma minore e con una presenza limitata nel tempo, anche
missioni militari dell'URSS. Infine C'erano anche delle missioni
del SIM, per conto del Regno del Sud, e delle missioni per conto
della Repubblica Sociale Italiana.
Una presenza numerosa e superiore a quella di altre zone d'Italia
perché in questo territorio erano presenti confini nazionali,
geografici e politici e, essendo zona contesa, era al centro
di molti interessi.
Molti ritengono che la Guerra Fredda sia incominciata nel 1947,
quando Churchill affermò che una "cortina di ferro"
si estendeva da Trieste a Stettino dividendo l'Europa in due
blocchi contrapposti. In realtà la Guerra Fredda era cominciata
a "guerra calda" quando ci si accorse che, dopo la
vittoria dell'Armata Rossa sui nazisti e i loro alleati, si stava
arrivando alla liberazione dell'URSS e che le truppe tedesche
erano in grandi difficoltà.
In Italia ci si preoccupava molto dell'Esercito di Liberazione
guidato dal Maresciallo Tito che era riuscito a dare un organizzazione
ben strutturata alle forze di Resistenza in un contesto in cui
assieme ad accordi palesi fra i paesi in guerra contro Tedeschi
e Italiani cominciava anche un lavoro sotterraneo in cui emergevano
posizioni fra gli alleati in contrasto con quelle espresse pubblicamente.
Le contraddizioni fra quanto dichiarato pubblicamente e quanto
espresso in modo sotterraneo incise anche sulla Resistenza, costringendo
i partigiani garibaldini e osovani a continui riposizionamenti
e rimodulazioni dei rapporti con le Missioni Alleate. Era anche
difficile capire come stavano veramente le cose, tanto più
per quei comandanti partigiani di origini semplici che non avevano
avuto una formazione politica come quella dei comandanti mandati
al confino durante il fascismo o di quelli che avevano frequentato
l'Azione Cattolica.
In questa situazione era difficile per molti di loro capire la
complessità della situazione e gestire i rapporti con
le varie delegazioni militari presenti nel nostro territorio.
la peculiarità nei rapporti fra le forze partigiane, rispetto
al resto d'italia, era costituita dal fatto che qui da noi era
presente una Resistenza multinazionale. Per i partigiano jugoslavi
il Regno d'Italia era il paese che, nel 1941, aveva invaso il
Regno di Jugoslavia e che, con l'istituzione della Provincia
di Lubiana, occupava una parte significativa della Slovenia.
L'Italia fascista , agli occhi della Resistenza jugoslava, era
anche alleata della Germania nazista che aveva partecipato all'occupazione
della Jugoslavia di allora.
L'italia era anche il paese in cui durante il Ventennio furono
applicate politiche di snazionalizzazione a danno delle minoranze
slovena e croata presenti nella Venezia Giulia.
Con l'Armistizio di Cassibile dell' 8 settembre del 1943 (formalmente
una resa incondizionata), l'Italia si apprestava a collaborare
con gli alleati e quelli che erano stati nemici diretti durante
l'occupazione della Jugoslavia ora tecnicamente non erano più
tali. I partigiani italiani e i partigiani sloveni, secondo il
Comitato di Liberazione Alta Italia (CLNAI), dovevano collaborare.
Una parte della Resistenza cattolica e azionista rivendicava
addirittura il confine stabilito con il Trattato di Rapallo sottoscritto
fra il Regno di Jugoslavia e il Regno di Italia nel 1920. Questa
posizione non teneva conto della repressione fascista e dell'occupazione
della Jugoslavia del 1941 e non considerava che il confine italiano
si era spostato nel 41 fino a Lubiana e Novo Mesto e che fra
San Pietro al Natisone e e Lubiana non c'era alcuna demarcazione
fra stati diversi.
Quando si attiva la Resistenza slovena nella zona di Lubiana
questa a poco a poco si sposta verso ovest coinvolgendo nella
lotta contro l'occupatore la popolazione slovena collocata nella
parte occidentale del territorio occupato dagli Italiani fino
ad arrivare nelle nostre zone.
I partigiani sloveni rivendicavano le Valli del Natisone, del
Torre e di Resia perché queste aree erano abitate da persone
che parlavano un'idioma che, pur con le dovute differenze, erano
assimilabili a quello degli altri sloveni. Gli sloveni ritenevano
che queste terre potessero essere ammesse alla Slovenia nell'ambito
della nuova Jugoslavia che si voleva costituire.
(...)
Molte
volte si è detto che la Jugoslavia voleva estendere il
suo territorio fino ad arrivare al Tagliamento e occupare parte
del Veneto.
Però quando si parla di Veneto, non bisogna intendere
l'attuale Regione Veneto perché il termine Veneto o Venezia
si applicava anche ad altre aree specifiche. Il termine Triveneto
(termine coniato dal glottologo goriziano Graziadio Isaia Ascoli
nel 1863 - NdR) indicava l'attuale Trentino Alto Adige, l'attuale
Veneto più Il Friuli e la Venezia Giulia, un'area quest'ultima
che comprendeva le attuali provincie di Gorizia e Trieste, l'Istria
e una porzione di territorio che da Fiume (attualmente Croazia)
risaliva a nord verso Tarvisio fino ad inglobare territori che
oggi fanno parte della Repubblica di Slovenia.
Anche gli sloveni spesso facevano riferimento al Veneto per parlare
delle nostre zone. Il prof. Fran Zwitter aveva proposto di collocare
nel territorio della Slovenia territori che comprendevano Venzone,
Nimis, Attimis, Faedis e Cividale perché queste località
avevano al suo interno comunità slovene. Una'idea su cui
si può non essere d'accordo, ma che aveva una sua logica.
Ma problema più rilevante era rappresentato da l fatto
che, in un area dove per secoli hanno convissuto popolazioni
diverse, era difficile, se non impossibile, tracciare una linea
di confine che da un lato avesse solo italiani e dall'altro solo
sloveni.
Oggi in Italia vivono circa 60 mila sloveni distribuiti su un
territorio che si estende da Trieste al Carso, al Collio, alle
Valli del Natisone e oltre. Questo problema era noto anche durante
la II Guerra Mondiale rant'è che si ipotizzo anche la
creazione di un'area "cuscinetto" fra Italia e Slovenia.
Il CLNAI che dirigeva la Resistenza Italiana al Nord, ha sempre
dato indicazioni di collaborare fraternamente con l'Esercito
di Liberazione Nazionale perché aveva avviato per primo
una resistenza organizzata contro le truppe nazifasciste e perché
hanno indicato a tutti i popoli europei la via di una opposizione
attiva all'invasore. In nessun documento del CLNAI è mai
appare una parola critica contro i partigiani jugoslavi.
Però poi c'era una componente della Resistenza italiana
e del Governo del Sud che sotterraneamente sostenevano che il
confine orientale doveva rimanere quello stabilito nel Trattato
di Rapallo del 1920, conservando un territorio in cui erano presenti
circa 500 mila fra Sloveni e Croati. Una posizione poco realistica
perché l'Italia aveva perso la guerra che aveva provocato
e condotto a fianco dei nazisti e perché l'Esercito di
Liberazione Jugoslavo faceva parte degli alleati.
il CLNAI sosteneva la collaborazione con i partigiani jugoslavi
perché riteneva che, soltanto dimostrando di fare una
strenua lotta al Nazifascismo, gli italiani avrebbero potuto
emendare le colpe del Fascismo. Un ragionamento che derivava
dalla consapevolezza che soltanto così l'Italia non sarebbe
stata tratta da vinta come la Germania.
Durante il processo di Lucca (1951-52) fra i capi di imputazione
attribuiti ai 52 partigiani garibaldini portati a processo c'era
anche quello di "tradimento della Patria" perché
si riteneva che avessero voluto cedere queste terre alla Jugoslavia.
L'accusa cadde e i partigiani furono assolti da questo reato.
Se fossero stati condannati per tradimento, essendo gli imputati
in gran parte comunisti, la sentenza avrebbe avuto effetti dirompenti
perché avrebbe dato il "La" alla messa fuori
legge del PCI. Se questo non avvenne è perché al
processo testimoniarono, a favore degli imputati, importanti
leader politici italiani (Luigi Longo, Ferruccio Parri, Fermo
Solari, ...) ed esponenti del CLNAI quali Raffaele Cadorna, comandante
militare del Corpo Volontari della Libertà (CVL). Testimoniò
più volte anche Enrico Mattei che, entrando anche in in
collisione con Fermo Solari (vice comandante del CVL), sostenendo
che le indicazioni di collaborazione con gli sloveni non erano
mai arrivate qui da noi. Al processo testimoniò anche
Junio Valerio Borghese, comandante della X MAS.
(...)
Non
è vero che gli jugoslavi e sloveni non volessero un presidio
italiano in quel punto. Volevano che ci fosse una collaborazione
continuativa con loro. Don Aldo Moretti "Lino", fondatore
della Osoppo e, assieme Mario Lizzero, dell'Istituto Friulano
per la Storia del Movimento di Liberazione, negli anni 70 ha
scritto moltissimi articoli e saggi sulle vicende del nostro
territorio. In una sua nota racconta che, quando saliva verso
le Malghe di Porzus, vedeva che ogni mattina i partigiani guidati
da Bolla facevano l'alza bandiera utilizzando la bandiera del
Regno d'Italia. Non certo una messaggio rassicurante per quei
partigiani che avevano visto entrare in Slovenia, nell'aprile
del 1941, le truppe italiane. Per i partigiani sloveni quel simbolo
era tuttaltro che rassicurante, perché ricordava loro
la durissima occupazione italiana e che non era certo ben vista
in mano a quelli che dovevano essere loro alleati.
Nel dicembre 44 e gennaio 45 la Resistenza italiana vive il periodo
più duro della sua azione. I tedeschi sanno di stare perdendo
la guerra e sono consapevoli che non hanno più il pieno
controllo di quella parte di territorio italiano che faceva parte
dell'Adriatische Kunstenland (OZAK). La Resistenza è oggetto
di repressioni durissime che, nell'autunno del 44, chiude l'esperienza
delle repubbliche partigiane della Carnia e del Friuli Orientale
che si erano costituite pochi mesi prima. Ia repressione iniziata
in montagna poi si sposta nella pianura. Nel centro di repressione
partigiana della Caserma Piave a Palmanova, dal dicembre 44 fino
alla fine della guerra saranno uccisi almeno 500 partigiani.
Le delazioni antipartigiane erano moltissime ed erano "incoraggiate"
dal terrore che i tedeschi avevano imposto al territorio giustificato
dai continui attacchi dei partigiani.
Anche questo contribuisce a dividere la Resistenza in queste
zone. Mentre i garibaldini aderivano alle direttive del CLN che
imponevano di insistere nella lotta di liberazione, gli osovani,
dopo il Proclama Alexander del 13 novembre 44 decisero di smobilitare
e tornare a casa. La brutalità dei tedeschi quindi, in
quel periodo, era da attribuire in toto all'azione dei Garibaldini.
A tutto questo si accompagnò una diffamazione reciproca
fra osovani e garibaldini che nel dopoguerra indusse a considerare
i due gruppi in modo diverso: gli osovani erano i "buoni",
i garibaldini erano i "cattivi". Un approccio che,
attribuendo tutte le ragioni a una parte e tutti i torti all'altra,
è stato fatto proprio, anche di recente, da alcuni storici
della nostra Regione.
L'uccisione di almeno 5 giovani garibaldini nel Trivignavese
ad opera anche di una banda di repubblichini aveva ulteriormente
accuito le tensioni fa le due parti.
Le numerose notizie di contatti della Osoppo con i tedeschi,
la X MAS e il Federale di Udine Mario Cabai non migliorano la
situazione.
Contatti testimoniati e documentati che, nelle sentenze dei processi
ai Garibaldini imputati per i fatti di Porzus, non trovano spazio.
Contatti che lo stesso Don Moretti dice che, a Udine, erano noti
a tutti.
(...)
La vicenda
di Porzus si è svolta in due momenti distinti: uno alle
malghe di Porzus e l'altro a Bosco Romagno. La prima parte dell'eccidio
è stata ampiamente raccontata, ma rimangono molti punti
da chiarire sulla dinamica dei fatti. Non sappiamo quanti erano
i gappisti saliti alle malghe, quanti erano realmente gli osovani,
come avvennero le uccisioni, ma soprattutto non si è parlato
di quanto stava accadendo nel contesto delle malghe di Porzus.
Tutta la vicenda è incentrata sull'eccidio.
In quei giorni dovevano arrivare alle malghe di Porzus due brigate
osovane che non arrivarono per ragioni mai chiarite. Un altro
fatto che non è stato approfondito è come mai i
gappisti siano potuti arrivare a sorpresa alle malghe quando
il loro transito era stato controllato dagli osservatori osovani
e riferito a "chi di dovere" (mai individuati - NdR)
almeno a partire dalla località Poiana.
Non è chiaro come i partigiani osovani a Porzus non si
siano accorti della presenza dei gappisti in un paesaggio aperto,
senza ostacoli visivi (non c'erano i boschi che oggi sono presenti
in zona - NdR) e barriere sonore. Non si capisce quindi come
gli osovani si siano fatti cogliere di sorpresa e in particolare
quelli della malga Comando.
Tutto quello che sappiamo di quanto avvenuto alle malghe e a
Bosco Romagno lo dobbiamo alle testimonianze di due osovani,
Gaetano Valente e Leo Patussi che si aggregarono ai gappisti
tradendo di fatto i loro compagni osovani e raccontando, a guerra
finita, una versione dei fatti che fa acqua da molte parti. Le
loro testimonianze asseriscono che la malga Comando distava 15
minuti dal luogo dove avvenne il primo attacco gappista quando
in realtà ne dista molti di meno. Non si capisce come
non abbiano potuto sentire gli spari della malga dove oggi è
collocato il Monumento ai caduti di Porzus e non è chiaro
nemmeno come Francesco De Gregori "Bolla" si sia fatto
sorprendere dall'attacco dei gappisti quando era stato avvisato,
nei giorni precedenti, sia di un possibile rastrellamento tedesco,
che di un possibile attacco dei Garibaldini o degli Sloveni.
Gli osovani erano persone esperte perché molti di loro
avevano combattuto nei Balcani e Bolla stesso era un soldato
con esperienze di guerra in Grecia, in Albania e nella Guerra
di Spagna. Erano quindi persone esperte che sapevano cosa fare.
(...)
il giorno 8 dicembre 44 ci
fu un grande rastrellamento che spinse i partigiani garibaldini
siti nella zona di Montefosca ad arretrare, inseguiti dalle truppe
tedesche, verso la zona di Porzus. Una ritirata con i tedeschi
appiccicati in coda che in frequenti azioni anche con rami pesanti
procurò ai garibaldini, a seconda delle versioni, fra
i 5 e gli 11 morti e numerosi prigionieri inviati poi in Germania.
I testimoni garibaldini ricordano che mentre loro arretravano,
il Comando di Bolla venne aggirato e per molti questo non fu
un fatto casuale, ma unb atto deliberato dei tedeschi. A peggiorare
il clima di sfiducia fra garibaldini e osovani, nell'aprile del
45, l'ingresso nelle file della Osoppo dei soldati del Reggimento
collaborazionista Alpini Tagliamentoche che si era distinto per la feroce
repressione nelle aree attorno a Tolmino. Un ingresso che, mediato
da Aldo Specogna, violava una direttiva esplicita del CVL e CLNAI
secondo cui, in fase insurrezionale, non si poteva accogliere
nelle fila partigiane formazioni che avevao combattuto a favore
dei tedeschi. A questi bisognava chiedere la resa, la consegna
delle armi per poi procedere, il prima possibile, alla loro reclusione.
L'impatto di questo inglobamento di collaborazionisti, in sede
processuale, fu minimizzato dichiarando che quelli della Tagliamento
erano lì per difendere il confine (quale e di quale stato
non è stato chiarito visto che la zona faceva parte dell'OZAK).
L'ultimo lavoro di Tommaso
Piffer sostiene la tesi della Garibaldi Natisone come mandante dell'eccidio.a
Porzus. Secondo me questa conclusione non è corretta perché
non tiene conto di altro materiale documentale che avrebbe permesso
di comprendere meglio alcuni fatti. Una relazione del Dipartimento
per la Protezione del Popolo (OZNA, la polizia politica e segreta
delle formazioni partigiane jugoslave) redatta da un agente distaccato
presso la Garibaldi Natisone registra la rabbia dei garibaldini
contro l'Osoppo per l'uccisione di 5 garibaldini. Non è
un falso per giustificare l'eccidio di Porzus, ma è un
dato con numerosi riscontri.
Comunque, con la mediazione di agenti inglesi, fu programmato
un incontro chiarificatore con l'Osoppo, che poi non ebbe mail
luogo.
Fraintendimenti ed equivoci? Sì, molti e soprattutto alimentati
da tedeschi, fascisti, dai britannici e dagli statunitensi finalizzati
anche a mettere in difficoltà l'Esercito di Liberazione
Jugoslavo perché i britannici volevano arrivare a Vienna
prima dell'Armata Rossa.
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Cividale del Friuli, 5 febbraio
2026 |
la
redazione del sito |
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