--proponiamo qui di seguito l'intervento
di Angelo
--Floramo all'incontro "Memoria
del confine:
--testimonianze di una vita transfrontaliera"
--svoltosi sabato 21 febbraio a Cormòns |
I confini linguistici in terre
come queste non esistono. Per secoli, attraverso gli accenti,
gli incontri, le facce, la comune architettura spontanea, perfino
quello che finiva in pentola, che si chiamasse jota, minestre
o in altro modo non era molto differente. Il collante era la
miseria condivisa e, malgrado le occorrenze della storia, la
dignità.
I temi della frontiera e del confine mi sono cari sia biograficamente
che da un punto di vista concettuale. I due termini non sono
sinonimi: il confine è il segno della protervia della
storia, è l'atto conclusivo di un percorso in cui qualcuno,
dopo aver "celebrato" una guerra, generalmente chiedendo
il sacrificio dei figli degli altri, si mette d'accordo nelle
stanze del potere per aggredire la frontiera, tracciando delle
linee che sono posticce e che non sono esistite prima. Si realizzano
poi reticolati, si fanno indossare a uomini e donne una divisa
(un termine che richiama la divisione) e si impone una uniforme
che, marcando le differenze, rende tutti uguali da un lato e
tutti uguali dall'altro lato del confine.
Siamo al "noi e loro" che impone una differenza etnologica,
antropologica, culturale, fino allo scontro di civiltà.
Cosa che la frontiera non ha mai vissuto e percepito perché
la frontiera è come la battigia, quella zona della spiaggia
in cui il mare si sovrappone ritmicamente alla spiaggia.
Abbiamo
attraversato questa frontiera per millenni, ma personalmente
io quel confine orientale forte e terribile che spesso viene
evocato come parte della cortina della Guerra Fredda, non l'ho
mai percepito come violento nei miei confronti e nei confronti
della mia famiglia. Negli anni '70, per dire andiamo in Jugoslavia,
si diceva "andemo de là" e nessuno ci ha mai
bloccato o mandato indietro. Sì, c'erano i graniciari
(guardie di confine jugoslave) che a volte controllavano a fondo
le nostre automobili, ma che non ci hanno mai respinti.
(...)
La biografia della mia famiglia è piuttosto complicata.
Mio padre è arrivato in Friuli da esule ed era figlio
di un socialista ferroviere che era stato licenziato nel 1925,
messo in carcere a Messina e allontanato dalla Sicilia perché
antifascista, era stato mandato in una terra che riconosceva
straordinariamente simile alla sua, fra persone che non avevano
il diritto di parlare la lingua materna, i cui cognomi venivano
tradotti in italiano in maniera incongruente e sui cui si consumarono
numerose violenze.
Paradossalmente quel confine lo percepisco più oggi che
in quei tempi. Qualche mese fa ho portato una mia classe, che
doveva affrontare l'Esame dI Stato conclusivo del percorso di
studi superiore, a visitare la Piazza Transalpina a Gorizia e
fare anche il gioco di attraversare la linea che, in mezzo alla
piazza sulla pavimentazione stradale, indica il confine fra Italia
e Slovenia e che celebra la meraviglia dell'ingresso della Slovenia
nella UE del 2004.
Mentre i miei studenti sciamavano da una parte e dall'altra del
confine, una di loro viene fermata da un poliziotto, probabilmente
perché di colore diverso, che le chiede la ragione del
suo andare, come se l'andare dovesse sempre aver una ragione.
Ebbene a questa ragazza è stato impedito di andare oltre
la linea di confine perché, avendo solo il permesso di
soggiorno, non poteva sconfinare. Ho pensato che il pacchetto
di sigarette estere che una sua compagna teneva in tasca aveva
più diritto di attraversare quella linea di lei.
Qualche anno fa un esponente del WWF di questa Regione usò
una espressione che faccio tuttora fatica a decodificare. Parlando
di un problema ecologico sul Carso nell'area compresa fra Gorizia
e Trieste, sosteneva che gli stracci e altre cose lasciate dai
migranti lungo i sentieri per entrare in Italia costituivano
una emergenza ambientale. Una emergenza che dimenticava le sofferenze
di chi passa clandestinamente e che per arrivare da noi ha percorso
migliaia di chilometri subendo a volte le brutalità delle
guardie di frontiera dei paesi attraversati nel loro lungo viaggio.
A queste persone tuttora si fa fatica a riconoscere pari dignità
e umanità.
Se non è vero che il confine è caduto, la frontiera
rimane ancora. Nella grande celebrazione di GO 2025, l'Amministrazione
comunale ha ritenuto di non togliere la cittadinanza onoraria
a Benito Mussolini.
Lo storico dice che dobbiamo distinguere la storia dalla memoria.
E' giusto, ma come facciamo a celebrare la riconciliazione e
l'unione fra i popoli se manteniamo come cittadino onorario di
Gorizia un uomo che ha la responsabilità dei pestaggi
di giovani sloveni, della morte di Lojze Bratu e tanti
altri delitti su sloveni, croati e montenegrini.
Questi confini non permangono sono nelle immagini geografiche,
ma sono il denaro spiccio di una mediocrità che di fronte
alle tragedie dei confini e delle frontiere non è stato
capace di elaborare un lutto. Chi non riesce a elaborare un lutto,
non riesce nemmeno a immaginare un mondo che possa essere migliore.
Gli amici sloveni che vivono dall'altra parte conoscono l'italiano
nella Brda (Collio sloveno), i loro giovani costruiscono festival
di letteratura e di poesia, mentre da questa parte la celebrazione
diventa quasi una sorta di giustificazione costosa per nascondere
quello che c'è in un sepolcro: un morto la cui scomparsa
non è stata rielaborata o non si vuole rielaborare. Trovo
questo grave e pregiudizievole di tante possibilità.
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Cividale del Friuli, 22 febbraio
2026 |
la
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