Lo spettro della paura si aggira
per l'Europa. Paura per un futuro sempre più incerto,
per la propria incolumità personale, per il rischio concreto
di non avere più quelle garanzie sociali a lungo considerate
garantite (salute, pensione, servizi), paura per la presenza
di culture diverse, paura di essere sopraffatti da altre etnie,
...
Lo spettro della paura viene evocato per chiamare a raccolta
il popolo e dargli una identità contrapposta a qualcuno
o qualcosa e questo clima è continuamente alimentato dalla
politica che usa il tema della insicurezza per comprimere diritti
e libertà.
Il concetto di classe, in questa narrazione, non esiste più,
il concetto di interesse comune è scarsamente considerato.
Sono spariti dalla scena quasi tutti i partiti (ridotti organizzazione
personale di un leader), sono in difficoltà molte associazioni
e molte altre organizzazioni di massa. Lo stesso interesse collettivo
è diventato ancella dell'interesse individuale.
Oggi vanno di moda i termini popolo e nazione e sono usati per
rappresentare in modo informe una grande comunità, come
se non ci fossero al loro interno differenze fra ricchi e poveri,
onesti e malfattori, chi lavora e chi specula, chi ha avuto la
possibilità di studiare e chi no, chi può usufruire
di più servizi e chi no, ...
Si parla di popolo,
ma poi si vedono i prodromi di ulteriori frammentazioni che assumono
caratteri estremi quando si inventano identità di paese,
di borgo, di quartiere, di campanile, naturalmente in contrapposizione
con altre analoghe identità. Anche nella politica si vede
qualcosa di analogo con riferimenti all'interesse particolare
di uno stato, di una regione, di una certa area che spinge a
considerare istituzioni superiori, siano esse nazionali o sovranazionali,
come inutili impicci. Lo stiamo vedendo ora con le critiche all'OMS,
al Tribunale Penale Internazionale, alla Commissione Europea
verso le quali ci si rivolge in termini sprezzanti più
degni del bullismo che della politica.
Quando parliamo di uso strumentale della sicurezza ci viene detto
che i meno abbienti hanno lo stesso diritto alla sicurezza di
chi sta bene. Naturalmente la sicurezza di cui parlano questi
signori è quella contro la piccola criminalità
spesso di persone più ai margini delle vittime che subiscono
i crimini.
Contro chi affama i lavoratori con paghe basse, con lavoro incerto,
precario e parcellizzato, contro chi ha propagandato per anni
l'idea che ciascuno deve essere imprenditori di sé stesso
in una competizione fra clan e di tutti contro tutti, nessun
provvedimento, nessun freno o limitazione.
Per diffidare degli stranieri ogni pretesto è buono, i
mussulmani sono tutti terroristi e vanno guardati con sospetto
siano essi magrebini o balcanici; gli africani lavorino nell'agricoltura,
ma per non vederli attorno a noi accettiamo la possibilità
che dormano in baracche, le badanti dell'Est vengono spesso descritte
come potenziali responsabili di circonvenzione di incapace, in
un crescendo che affibbia ad ogni etnia una peculiarità
criminale.
Quando 15-20 anni fa parlavamo dei rischi della globalizzazione
per i lavoratori, ci veniva risposto che il mondo, caduto il
muro di Berlino, andava avanti e che noi comunisti guardavamo
il futuro con gli occhi del passato. Oggi gli esiti della globalizzazione
nella civile Europa sono sotto gli occhi di tutti: deindustrializzazione,
lavoro povero, ghettizzazione, esclusione delle minoranze. Non
si tratta dell'esito imprevisto di un percorso, ma del frutto
di scelte politiche che hanno visto anche ampi settori della
sinistra accettare il liberismo pensando di imbrigliarlo in una
qualche forma temeperata.
Molto elettorato di sinistra si è intanto spostato a destra
e, con la globalizzazione in difficoltà, il razzismo è
diventato parte integrante del nostro mondo.
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Cividale del Friuli, 11 febbraio
2025 |
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