- dossier sanità -
inchiesta sulla sanità a Cividale -
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circolo del Cividalese
La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell'individuo
e interesse della collettività, e garantisce cure gratuite agli indigenti.
------art. 32 - Costituzione della Repubblica ItalianaPremessa
Il processo di smantellamento della sanità pubblica nel Cividalese, con la chiusura di fatto dell'ospedale di Cividale, si è sostanzialmente concluso. L'ospedale di Cividale, con la soppressione dei reparti più importanti, non esiste più e anche i servizi sul territorio, pur non sostitutivi di un ospedale, non sembrano decollare. Una situazione che penalizza ancora una volta un territorio periferico e una fascia di cittadini, pensiamo agli anziani, che già vivono altre situazioni di disagio legate a carenze in molti servizi. In un quadro già abbastanza desolante, possiamo registrare solamente una rinnovata sensibilità della gente attorno al problema sanità e della salute in generale e, in questo senso, non sono mancate alcune iniziative significative, anche se non prive in alcuni casi di ambiguità ed approssimazione. Nei mesi scorsi, in corrispondenza delle elezioni regionali, è stato promossa una campagna astensionista per protestare contro i partiti, ritenuti tutti indistintamente responsabili della situazione sanitaria locale. Una iniziativa estemporanea e sostanzialmente inutile, oltre che qualunquista, che ha messo sullo stesso piano tutte le forze politiche, come se non ci fosse stato nessuno che in Consiglio Regionale si sia opposto alla riforma sanitaria responsabile di questa situazione. Più di recente si è costituito un comitato che ha sollevato la questione del salvataggio dell'ospedale con una serie di iniziative volte a impedirne la chiusura, svolgendo in questo modo un'azione positiva, che ha controbilanciato l'inspiegabile silenzio della nuova amministrazione comunale su un tema fondamentale per la vita della nostra città, ma che rischia di essere inutile se si ferma al contingente e al localismo. E' necessario riprendere a parlare di salute e sanità, è importante capire perché e in che modo si è arrivati alla situazione attuale ed è fondamentale soprattutto riprendere su questi temi un confronto politico. Il presente documento vuole in qualche modo fare il punto sulla situazione sanitaria attuale e vuole richiamare ancora l'attenzione su un bisogno importante che interessa tutti i cittadini: il bisogno di salute.
Privatizzazione della sanità: un processo che parte da lontano
Quando si parla di sanità in regione e si discute sulla condizione degli ospedali periferici ci si chiede spesso il perché di scelte che hanno colpito e colpiscono aree in qualche modo già penalizzate dall'essere marginali, dal fatto di essere aree di montagna, zone economicamente svantaggiate e aree di confine. E come non osservare che mentre si chiudono ospedali, si tollera l'assurdità di 2 facoltà di medicina in un territorio di poco più di 1 milione di abitanti, si accettano gli sprechi legati alla presenza di 2 cardiochirurgie e di 3 neurochirurgie in regione, si tace sull'aumento della spesa sanitaria dovuto all'incremento dell'apparato burocratico, ecc. E come negare che le recenti scelte politico-amministrative che si sono concretizzate nella Leggi Regionali 12/94 e 13/95 hanno colpito il diritto alla salute con conseguenze gravi per i cittadini: la portata dei danni di questa legge crediamo sia già valutabile fin da ora nel peggioramento del servizio, nell'allungamento dei tempi di intervento per molte problematiche sanitarie, nella spersonalizzazione del rapporto medico-malato, ecc. Crediamo che quanto successo in regione non sia altro che il compimento radicale di un disegno più ampio che ha colpito la sanità pubblica un po' ovunque e che sta trasformando (secondo logiche neoliberiste) la salute da diritto a prestazione comprabile piegandola alle esclusive esigenze di compatibilità economiche.
Crediamo sia utile, prima di affrontare alcune situazioni contingenti, ripercorrere brevemente alcuni passaggi storici in tema di sanità pubblica, avendo ben presente che l'assistenza sanitaria rappresenta una conquista fondamentale dei lavoratori e una delle più alte espressioni dello stato sociale.
Nel 1992 il Ministro della Sanità De Lorenzo riesce a far varare il Decreto Legislativo 502 che sostituisce la legge 833 del 1978. La legge 833 aveva introdotto a suo tempo alcune novità importanti prevedendo l'estensione a tutte le persone del diritto alla salute e alla cura e la garanzia di un uniforme livello assistenziale: uniformità e universalità dei servizi. Ma la legge 833 aveva anche dei pesanti limiti che hanno favorito nel tempo confusione nelle responsabilità, clientelismo politico, sprechi e disservizi pesanti. La nuova legge evidenzia subito l'impostazione neoliberista e il taglio economicista che ha in sé e che si concretizza nella creazione di Aziende per i servizi Sanitari, nell'introduzione della concorrenzialità fra pubblico e privato (vista, come al solito, come benefica fonte di miglioramento del servizio), nella sostanziale riduzione della prevenzione (che non genera profitti), nella fuga dei privati dalle prestazioni più impegnative e meno remunerative, ecc. Si mettono le basi di un sistema in cui alla sanità pubblica vengono lasciate le prestazioni più costose e impegnative, al privato le prestazioni più semplici e apportatrici di alti profitti. La nuova legge è giustificata dalla necessità di ridurre la spesa sanitaria, dimenticando di ricordare come la spesa sanitaria pro capite in Italia sia inferiore alla media europea. La riforma sanitaria vuole in buona sostanza tagliare più che risanare o razionalizzare.
Nella nostra regione la riforma sanitaria recepisce le indicazioni della legge 502 introducendo elementi addirittura peggiorativi e illogici: si chiudono le strutture con meno di 250 posti letto (peggiorando la legislazione nazionale che prevedeva un limite di 120 posti letto), si chiudono le strutture periferiche (in cui si trattavano principalmente le patologie meno importanti) per potenziare quelle centrali (creando anche reparti doppione), si costringono gli ospedali definiti "ad alta specializzazione e di rilievo nazionale" a trattare tutte le patologie minori, si impoverisce la periferia introducendo ulteriori elementi di crisi in aree già penalizzate dalla loro collocazione geografica, si crea concorrenza fra aziende (come se poi la fonte di finanziamenti non fosse la stessa), si gonfia l'apparato burocratico creando un costosissimo carrozzone clientelare quale l'Agenzia Regionale della Sanità, si impoverisce il complesso delle strutture ospedaliere e si dà via libera alle cliniche private, ecc.
Si è detto che lo scopo della legge era quello di razionalizzazione il sistema, renderlo più efficente, più vicino ai bisogni del cittadino e meno oneroso per la collettività, facendo apparire così la riforma sanitaria come una scelta esclusivamente tecnica e neutra. Le scelte fatte invece hanno avuto carattere politico e rientravano in un disegno volto a favorire i potentati sanitari pubblici e privati, le specialità "prestigiose" e alcuni poli ospedalieri e queste scelte hanno avuto nella nostra regione un esito evidente: un impoverimento della qualità del servizio, la penalizzazione delle categorie sociali più deboli e un sostanziale invarianza dei costi. Non è mancata l'opposizione a questa legge sia in Consiglio Regionale (l'opposizione di PRC è stata coerente e determinata) che nella gente (pensiamo alle migliaia di firme raccolte da vari Comitati popolari in calce a richieste di salvare i piccoli ospedali e ricordiamo l'impegno a sostegno dei referendum abrogativi di alcuni importanti articoli delle leggi 12/94 e 13/95, ecc.), e oggi crediamo che la consapevolezza dei danni di questa legge sia ancora più diffusa che non 3 anni fa, all'epoca dei referendum (che a causa dell'elevato astensionismo sono stati annullati). Crediamo che la riforma sanitaria regionale (approvata a suo tempo da Lega, PDS, PPI e Verdi con l'assenza significativa al momento del voto di parte di A.N.) vada completamente riscritta.Ospedale di Cividale: un lento declino
La riforma sanitaria regionale ha determinato nel nostro territorio la chiusura dell'ospedale di Cividale. Crediamo però che questo evento non sia maturato per una improvvisa determinazione del legislatore o di qualche responsabile regionale della sanità, ma pensiamo sia invece l'esito di un progetto lungamente preparato, a cui in sede regionale hanno dato un contributo importante gli orientamenti sanitari degli assessori Matassi (PDS), Fasola (Lega) e, all'epoca del pentapartito, gli assessori Renzulli e Brancati. Alle scelte di costoro e dei loro partiti hanno dato una mano anche scelte politiche locali protrattesi per anni e che si sono rivelate tuttaltro che lungimiranti e azzeccate. Crediamo sia utile ripercorrere alcuni momenti della storia recente dell'ospedale Civile di Cividale anche per chiarire perché a un certo punto fra gli ospedali periferici che si decide di chiudere viene inserito quello della nostra città.
Con l'entrata in vigore della riforma sanitaria regionale appare subito evidente a molti che l'ospedale di Cividale, anche in considerazione delle condizioni in cui versava, non aveva molte speranze di sopravvivenza. L'ospedale già da tempo non era in condizioni ottimali ed già da molto tempo necessitavano alcuni interventi di aggiornamento. Certo il nosocomio cividalese aveva attraversato momenti migliori: agli inizi degli anni '80 funzionava in modo accettabile, c'erano, almeno sulla carta, circa 300 posti letto (i fondi all'epoca venivano distribuiti in base ai posti letto e pertanto non escludiamo che il numero dei posti letto sia stato gonfiato ad arte; rilievi successivi, forse anche a causa di questa moltiplicazione dei posti letto, hanno evidenziato nell'ospedale di Cividale un tasso di occupazione sempre sotto il 70% e questo sicuramente non ha giovato al destino successivo), c'erano molti più reparti di oggi (alcuni di essi erano anche molto efficenti e importanti) e c'era un Centro Trasfusionale che lavorava in buona sinergia con il reparto di Chirurgia. Mancavano alcune cose: una radiologia reperibile che impediva l'esecuzione in ore notturne di radiografie con mezzi di contrasto e di ecografie (analisi indispensabili in molte situazioni diagnostiche) e mancava un'area di emergenza per i malati critici post-operatori o per malati critici traumatizzati (i pazienti critici richiedono apparecchiature particolari, un'assistenza continua con personale adeguato e costantemente presente). L'ospedale, da un certo momento in poi, declina, oltre che per l'insipienza del gruppo dirigente cividalese, anche per una evidente volontà politica regionale. Non sono mancate alcune scelte sbagliate: qualche primario, copertissimo dal punto di vista politico, probabilmente non era all'altezza dal punto di vista gestionale, qualche primariato volutamente non è stato assegnato indebolendo alcuni reparti, qualche uomo politico locale ha visto nell'ospedale più un trampolino di lancio per la propria carriera politica che un servizio da potenziare e qualificare, il Comune di Cividale (nonostante in Consiglio Comunale sedessero come Consiglieri di maggioranza 2 primari e 1 direttore) non ha mai svolto un'azione di stimolo per una riqualificazione del servizio, l'aver puntato su un S.A.M.G. (Servizio Autonomo di Medicina Generale) piuttosto che su un'area di emergenza, in buona sostanza si è preparato il terreno per mettere la chiusura dell'ospedale su un piatto d'argento. L'ospedale di Cividale aveva la possibilità di essere un buon ospedale, con un reparto di Medicina, uno di Chirurgia, una Ginecologia, una Ortopedia, una Pediatria, un Lungodegenti, un Centro Trasfusionale e un Pronto Soccorso (l'unico in regione con un suo organico completo). Bastava impostare nel Pronto Soccorso una piccola Area di Emergenza per far fare all'ospedale un importante salto di qualità. La realizzazione della facoltà di medicina a Udine aggrava i problemi di Cividale e di altri piccoli ospedali e in questa situazione non tutti capiscono che per resistere alla probabile riduzione delle risorse destinate agli ospedali periferici è necessario agire per salvare il proprio ospedale, intervenendo a tempo nel migliorare la qualità dei servizi.
A Cividale, forse confidando nell'appoggio di qualche referente regionale, si decide di non fare nulla e così chiudono progressivamente Pediatria, Ostetricia, Ginecologia, Ortopedia e il S.A.M.G. (nonostante gli 800 milioni appena spesi). Un po' alla volta l'ospedale viene smantellato fino a giungere alla situazione attuale di quasi completa chiusura del presidio. Oggi rimangono i poliambulatori e molti ad essi fanno riferimento come possibilità di sopravvivenza dell'ospedale. Bisogna essere chiari: in un sistema sanitario tripolare come il nostro (medico di base, ambulatorio e ospedale) la sopravvivenza di ambulatori per piccole medicazioni è assolutamente precaria perché antieconomica e perché un ambulatorio ha senso se dietro c'è una struttura ospedaliera. In questo contesto, mentre si concretizza la possibilità anche di un depotenziamento del servizio di analisi, crediamo sia a rischio la sopravvivenza del Pronto Soccorso che, senza una struttura alle spalle, potrebbe essere ridotto a un centro di medicazione o poco più.
Non crediamo sia facile cambiare la legge, anche perché coloro che l'hanno proposta e sostenuta si ostinano a dire che la legge è ottima e che se c'è qualche problema questo è riconducibile alle modalità applicative. Intanto nel Cividalese la situazione sanitaria è complessivamente peggiorata per tutti e in modo particolare per gli anziani. Dover recarsi all'ospedale di San Daniele (o Palmanova o Udine o altri) rischia di isolare il malato dal territorio (e a noi, che crediamo che la medicina non sia solo tecnica applicata al vivente, questo non sembra un problema di poco conto), dagli ospedali molti nostri malati vengono dimessi in condizioni precarie, scaricando sulle famiglie ulteriori oneri assistenziali, i servizi sul territorio non possono funzionare (per l'estensione e la tipologia del territorio), in conclusione alcune scelte politiche regionali stanno avendo conseguenze tuttaltro che irrilevanti nel nostro territorio. In questa situazione crediamo che non sia difficile individuare i responsabili di questo stato di cose sia a livello regionale che a livello locale e non ci sembrano accettabili le posizioni di chi mette tutti i partiti sullo stesso piano o di chi, in sede locale, attribuisce la colpa della situazione cividalese un po' a tutti, in modo indistinto (tutti colpevoli = nessun colpevole). Anche a Cividale c'è stato chi fin da subito si è mosso (pensiamo ad alcuni medici, al Comitato per la difesa dell'ospedale e alle migliaia di firme che ha raccolto, al tentativo dell'amministrazione Bernardi, al circolo di PRC del Cividalese, ecc.) e ha cercato di far emergere la sensibilità degli altri, ma c'è stato anche chi è rimasto a guardare, ha aspettato l'aiuto del referente politico, confidando in una sua capacità taumaturgica o chi si è semplicemente limitato a sollevare polveroni.Cividale: possibili esiti
Crediamo che una razionalizzazione della spesa sanitaria non possa prescindere dalle esigenze sanitarie della popolazione e del territorio in cui questa vive. In questo senso riteniamo che la legge di riforma sanitaria regionale sia completamente da riscrivere e crediamo si debbe ritornare a riflettere sulla necessità di una diversa ridistribuzione dei reparti e dei servizi sul territorio eliminando doppioni, unificando le 2 facoltà di medicina (anche assieme costituirebbero una delle più piccole facoltà di Medicina in Italia) e sulla necessità di salvare i piccoli ospedali per acuti, che con una adeguata politica organizzativa, sarebbero tutt'altro che fonte di sprechi.
In questo contesto riteniamo sia importante ripristinare a Cividale un ospedale autonomo con reparti di Medicina e Chirurgia, un'area di emergenza con Radiologia, Ortopedia e un Centro trasfusionale. Questa ipotesi è però in antitesi con le scelte politiche fatte negli ultimi anni che hanno spinto alla chiusura degli ospedali periferici a favore dei grandi ospedali e delle cliniche universitarie e inoltre non ci sono segnali che facciano presagire un serio ripensamento in chi ha proposto e sostenuto la riforma sanitaria regionale. Qualcuno ha avanzato la proposta di salvare l'ospedale di Cividale aggregandolo a quello di Udine e staccandolo da quello di San Daniele con cui ora è in rete: questa idea, almeno nei termini in cui è stata formulata, non ci convince per nulla perché crediamo non dia alcuna garanzia di sopravvivenza all'ospedale di Cividale. Infatti i casi più semplici invece di essere indirizzati a San Daniele andrebbero a Udine (dove già vanno normalmente i casi più gravi), ma questo rischia di congestionare ulteriormente un'area già in difficoltà con il rischio di aumentare i già lunghi tempi di attesa (un anno per operare un'ernia, fino a sei mesi per fare una mammografia, ecc.) e peggiorare la qualità del servizio già scadente. Molto alto è il rischio che l'aggregazione dia poi il via ad un'opera di "saccheggio" di ciò che rimane di materiale e personale (infermieri e impiegati) da Cividale verso Udine, dove in questi settori i problemi sono di non poco conto. Percorribile, anche se non esente da rischi, è la possibilità di trasformare l'ospedale di Cividale in una "succursale" di Udine. Questa scelta potrebbe rilanciare l'ospedale di Cividale come luogo in cui affrontare piccole patologie e piccoli interventi, alleggerendo il carico che ora grava sull'ospedale di Udine e dando a molti malati del nostro territorio un riferimento ospedaliero "vicino casa". Questa opzione è praticabile se il personale viene gestito in modo corretto e adeguato, con una rotazione che garantisca la presenza a Cividale di personale professionalmente adeguato. Tale rotazione determinerebbe una maggior motivazione professionale del personale, renderebbe possibile interventi anche in casi meno semplici e, per le situazioni più gravi, una più rapida determinazione della eventuale gravità del caso. Ma il rischio presente nell'ipotesi "succursale" è costituito dalla possibilità che l'ospedale di Udine veda in Cividale un area in cui inviare malati e personale meno appetibili (una specie di ghetto in cui inviare personale scomodo o poco qualificato).Conclusioni
La situazione per la sanità pubblica in regione è oggettivamente difficile e temiamo che alcune scelte imminenti (una fra tutta, la possibile privatizzazione dell'assistenza domiciliare integrata) rischino di peggiorare le cose. Per quanto riguarda i piccoli ospedali riteniamo che la loro salvezza richieda innanzitutto un impegno unitario costante che coinvolga nel nostro caso tutto il Cividalese, che crei raccordi con altri comitati (Gemona, Sacile, ecc.) e che non escluda a priori alcuno. In questo senso vorremmo ricordare l'impegno coerente che il Partito della Rifondazione Comunista ha sviluppato negli ultimi anni sul tema della sanità con una forte opposizione in sede regionale all'approvazione della "controriforma sanitaria", con il sostegno ai referendum abrogativi, con la recente marcia della salute e con la costante difesa del diritto alla salute. Un impegno che continuerà sia in sede locale che in sede regionale, per difendere un caposaldo dello stato sociale, per battere quegli orientamenti neoliberisti che stanno facendo presa in molti settori della sinistra.
Cividale del Friuli, 31 maggio 2000 PRC - circolo del Cividalese
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Ospedale aperto, ospedale salvo?
intervista al dottor Stefano PustettoSvolta nella sanità a Cividale? L'ospedale è salvo? Dopo le recenti notizie di stampa è inevitabile porsi questi interrogativi come sono anche legittimi i dubbi di chi in questi ultimi anni, avendo avuto a cuore la sorte dell'ospedale, ha visto succedersi promesse e illusioni quasi sempre disattese. Per capirne di più abbiamo posto a Stefano pustetto, chirurgo dell'ospedale di Cividale, alcune domande. Il quadro che emerge non è affatto così roseo come alcune dichiarazioni rese alla stampa vogliono far apparire. Anzi, le recenti notizie di tensioni fra il Polo e la Lega Noprd sui temi della sanità non lasciano presagire nulla di buono: i giochi sono ancora da fare.
Redazione: L'ospedale di Cividale non chiuderà e dovrebbe entrare in rete con l'ospedale di Udine. Sembrerebbe una buona notizia.
Stefano Pustetto: Detta in questo modo non può che essere una notizia positiva: si rivitalizzerebbe un ospedale che praticamente non c'era più e si porrebbe rimedio ad una situazione che imponeva l'invio dei malati a San Daniele o, tuttalpiù, al Pronto Soccorso di Udine. Ma le dichiarazioni del Presidente della II Commissione Regionale (quella che si occupa di sanità), se sembrano aprire qualche prospettiva per l'ospedale di Cividale, aprono la strada anche a una serie di interrogativi e di dubbi a cui non è facile trovare risposta. In ogni caso, ammesso che la cosa sia vera, questa soluzione non può essere altro che un primo passo verso la salvezza dell'ospedale e comunque non il è punto di arrivo.Red.: Puoi spiegare le ragioni della tua perplessità?
S.P.: Diciamo subito che la messa in rete con Udine non cade dal cielo per grazioso intervento di questo o quel padrino politico, ma risponde ad alcune esigenze di lobby medico-politiche ed è perfettamente organica alla riforma sanitaria regionale che, detto per inciso, non ha molto a cuore la difesa della sanità pubblica e la salute dei cittadini. Sicuramente non dispiace più oggi al Santa Maria della Misericordia (l'ospedale Civile di Udine - N.d.R.) la trasformazione dell'ospedale di Cividale in una specie di succursale: da una parte questa operazione permetterebbe a quell'ospedale di recuperare lo spazio che le è stato sottratto dalla Facoltà di Medicina dell'Università di Udine, dall'altro permetterebbe a molti medici ospedalieri di Udine, come previsto dalla legge, di svolgere una più estesa e intensa attività ambulatoriale a pagamento nel nostro nosocomio. Non credo che questa operazione sarà indolore: c'è da chiarire il problema dei fondi, perché la messa in rete con Udine comporterà comunque un aumento dei costi, una complicazione della gestione burocratica e le garanzie sul futuro restano molto vaghe. E san Daniele cosa farà? Resterà a guardare? Oggi a Cividale vengono compiute per conto di San Daniele circa 400 interventi chirurgici all'anno (si tratta di interruzioni volontarie della gravidanza) e non è cosa da poco.Red.: Nelle tue parole emerge un quadro ancora molto fluido, in cui scelte date per sicure oggi potrebbero essere smentite domani. La salvezza dell'ospedale come una scommessa non ancora vinta.
S.P.: La messa in rete con l'ospedale di Udine potrebbe aprire delle prospettive per l'ospedale di Cividale se a gestirla fossero degli uomini con un minimo di fantasia e coraggio, qualità che sembrano mancare a tutti coloro che hanno sostenuto la riforma sanitaria regionale.
Temo invece che si voglia trasformare l'ospedale di Cividale in un ghetto dove inviare malati meno appetibili e personale scomodo o peggio ancora che con la fusione si apra la strada a un nuovo saccheggio di risorse umane e professionali per tappare le carenze della sanità a Udine. D'altronde, lo hanno fatto a Codroipo e a Sacile e non mi meraviglierei se anche qui a Cividale lasciassero due ambulatorietti e si portassero via il resto. Vorrei che non succedesse, ma i precedenti sono inquietanti.Red.: Un quadro a fosche tinte, che non sembra coerente con gli investimenti e i lavori in corso nell'ospedale e che smentisce alcune recenti dichiarazioni solenni di alcuni responsabili regionali della sanità ...
S.P.: L'illogicità e le bugie dell'amministrazione della sanità della nostra regione non devono stupire nessuno. In passato hanno chiuso reparti dicendo che comunque ci sarebbe stato il Day-Hospital e il Day Surgery, ben sapendo che senza un reparto di Medicina e Chirurgia queste strutture non hanno senso. In passato hanno proclamato l'intoccabilità del Pronto Soccorso, senza dire che senza un ospedale dietro non può funzionare ed è comunque destinato ad esaurire la sua funzione. Poco tempo fa nel Piano a Medio Termine si ipotizzava la chiusura notturna del Pronto Soccorso, poi si si sono resi conto che non si può chiuderlo proprio mentre sono in corso investimenti di miliardi per la sua ristrutturazione. Questi investimenti, è bene dirlo, non sono una garanzia sul futuro: nel nostro ospedale hanno risistemato la centrale termica per poi chiuderla subito, dopo aver messo a posto le cucine le chiuderanno il prossimo gennaio, hanno risistemato la lavanderia per poi appaltare all'esterno il servizio, hanno installato computer nei reparti per poi portarli via dopo pochi giorni. Oggi spostano il Pronto Soccorso ed eseguono lavori per miliardi. Non mi meraviglierei se, tempo due anni, chiudesse.Red.: Ma quale logica sta muovendo tutto questo?
S.P.: La demolizione della sanità pubblica; il malato, il servizio importano poco. La riforma sanitaria è sostanzialmente fallita, i costi sono aumentati e il srvizio è peggiorato, i servizi sul territorio non decollano e comunque non rispondono alle esigenze sanitarie della gente. Può succedere, come successo realmente, che una ferita da motosega venga curata dopo 18 ore, dopo aver fatto il tour degli ospedali del territorio.Red.: Eppure la gente non sembra reagire come dovrebbe. Sembra che in molti prevalga la rassegnazione e la sfiducia.
S.P.: Molta gente non ha compreso la reale posta in gioco e in molti casi la reazione è cominciata solo quando i disservizi hanno colpito direttamente gli interessati. C'è poi un'abitudine alla passività politica: troppo spesso ci si affida alla buona sorte o all'interessamento di questo o quel padrino politico (a tal proposito vorrei sottolinerae l'assoluta inadeguatezza di gran parte delle amministrazioni locali sui temi della sanità), troppe volte si è evitato di guardare oltre il proporio cortile di casa (come se le chiusure di Grado, Cormons, ecc. fossero cose che non ci riguardavano). D'altronde è anche vero che la volontà di reagire è stata fiaccata dal fatto che gran parte dei partiti (DS, PPI, AN, Lega, Forza Italia) con pochissime eccezioni (PRC), hanno a suo tempo presentato questa legge come la migliore soluzione possibile per tutelare la salute del cittadino.Sanità da riformare!
intervista a Roberto Antonaz
(Consigliere Regionale del Partito della Rifondazione Comunista)E da molti anni che Roberto Antonaz, consigliere regionale di Rifondazione Comunista, sostiene la necessità di una profonda revisione della legge di riforma della sanità in regione e la sua presenza a Cividale per sostenere la difesa dellospedale non è certo una novità. Gli abbiamo posto alcune domande in occasione della presentazione della proposta di legge volta a modificare lattuale assetto del servizio sanitario regionale.
Redazione: Quando si parla dei danni che la riforma sanitaria ha prodotto in regione, e quindi anche a Cividale, ci capita spesso di sentirci dire che lattuale legge è in fondo buona, ma è che è stata solo male applicata.
Roberto Antonaz: Credo sia vero lesatto contrario: la Legge Regionale 13 (la riforma sanitaria regionale N.d.R.) è una pessima legge che ha determinato un impoverimento del servizio sanitario nel territorio regionale. Questa legge, che in nome della razionalizzazione del servizio e del risparmio è stata applicata con la precisa volontà di depotenziare alcune strutture ospedaliere, è responsabile della chiusura dellospedale di Cividale, di Maniago, ecc.Red.: Eppure alcune personalità politiche hanno sostenuto che lospedale di Cividale è salvo e se ne sono attribuite il merito.
R.A.: Cè dellincredibile in queste affermazioni! La cosa che più colpisce sta nel fatto che ad atteggiarsi a salvatori di ospedali sono quelle personalità politiche che in regione sono i più strenui difensori della riforma sanitaria. Cè una doppiezza diffusa in molti partiti: a Trieste in Consiglio Regionale sostengono la Legge 13, a Cividale o Maniago, ma anche a Gorizia, Udine e ovunque ci siano situazioni di disagio legate a carenze sanitarie, si atteggiano a critici della legge stessa.
Red.: Perché le chiusure degli ospedali?
R.A.: Le chiusure di questi ospedali sono la conseguenza di una volontà politica basata su un modello sanitario di vecchia impostazione (di almeno 15 anni fa) che preferisce inviare le risorse verso alcuni centri ospedalieri retti da veri e propri potentati sanitari. Si sono trascurate le esigenze del territorio e, cosa unica in Italia, si è raddoppiato il numero minimo di posti letto necessario per avere un ospedale di rete con la conseguente chiusura dei piccoli ospedali. Si è parlato di potenziamento dei servizi sul territorio, ma intanto questi servizi non sono decollati e la spesa sanitaria, nonostante le chiusure, non è diminuita, ma, rispetto al 1994 anno di promulgazione della legge, è addirittura cresciuta (2264 miliardi nel 2000).Red.: Come è possibile che la spesa sia aumentata nonostante i tagli e il peggioramento del servizio?
R.A.: I soldi sono andati a gonfiare lapparato burocratico e tecnico delle aziende ospedaliere, a foraggiare alcune baronie mediche e universitarie e a finanziare specialità-doppione arrivando allassurdo di moltiplicare le specialità di vertice (neurochirurgie, cardiochirurgie, ecc.) mentre si demolisce lassistenza ospedaliera di base, rovesciando di 180° la normale logica sanitaria che prevederebbe poche specialità di alto e altissimo livello e molte strutture di base.Red.: Ma quale è il modello sanitario che propone PRC?
R.A.: Noi riteniamo che la Sanità debba essere diffusa sul territorio, accessibile a tutti i cittadini e che debba prevedere vicino a pochi ospedali grandi con specialità avanzate la presenza di una serie di piccoli ospedali in grado di rispondere alle piccole esigenze sanitarie locali. Un modello avversato in Regione da uno schieramento trasversale che va dalla Destra ad alcuni settori del Centrosinistra.Red.: PRC ha da poco presentato una proposta di legge volta a modificare lattuale normativa sulla rete ospedaliera e sullassetto del servizio sanitario.
R.A.: Crediamo che i piccoli ospedali non siano persi definitivamente; le difficoltà in cui versano gli ospedali di Udine e Trieste, le difficoltà a rispondere alle richieste di sanità di molte aree del nostro territorio, le lunghissime liste di attesa per molte visite e analisi e lelevata percentuale regionale di morti evitabili, ci fanno pensare che su alcune scelte si debba e si possa tornare indietro. Cè la possibilità di cambiare lo stato presente delle cose e crediamo che la chiave di questo cambiamento stia innanzitutto nel porre in 120 posti letto il limite minimo per il mantenimento di un ospedale per acuti e nella non obbligatorietà dei servizi di ostetricia, ginecologia e pediatria ai fini dellesistenza di un ospedale di rete.Red.: Ma le risorse finanziarie ...?
R.A.: La legge di Riforma è satta proposta per contenere la spesa sanitaria, ma in questi anni la spesa sanitaria non è affatto diminuita. Né poteva diminuire visto che, parallelamente allimpoverimento del servizio medico, è cresciuto a dismisura lapparato burocratico e i grandi centri di spesa non sono stati minimamente toccati. Intanto è cresciuto il numero complessivo di direttori generali e amministrativi, di collaboratori, di consulenti e si è creata una Agenzia Regionale della Sanità doppione dellAssessorato alla Sanità. Le risorse tagliate ai servizi sanitari sono sostanzialmente finite in questo moloch burocratico. Anche alcune scelte politiche hanno condizionato la disponibilità di risorse finanziarie della nostra Regione. Infatti il Friuli-Venezia Giulia in nome del federalismo fiscale ha ottenuto il risultato di staccarsi dal Servizio Sanitario Nazionale e così facendo è riuscito a perdere circa 300 miliardi di finanziamenti dello Stato: una cifra sufficiente a tenere in piedi tutti i piccoli ospedali. Il plauso del Ragioniere Generale dello Stato per la legge Regionale di Riforma della Sanità, oltre che inquietante, è anche immotivato.
Cividale del Friuli, 31 maggio 2000 a cura della redazione del sito